CORTEO A MODENA
IL 19 GIUGNO 2010 ore 15.30 dietro la stazione
Alcune considerazioni
Il circuito dello sfruttamento
I Cie, ex Cpt, sono luoghi di detenzione amministrativa sottoposta all’autorità di polizia quindi, da un punto di vistagiuridico, propriamente equiparabili ai Lager nazisti. Istituiti dalla sinistra nel 1998 e condotti a compimento dalladestra, sono parte integrante e costituente di un meccanismo perfettamente oliato che alimenta il circuito dellosfruttamento. La politica razzista, con le sue leggi e la sua propaganda, incalza l’immigrato schiacciandolonell’angolo per renderlo sfinito e umiliato schiavo, un pezzo utile da mettere a profitto nei tempi della produzione oin quelli del business del “divertimento” sessuale. Nei Cie vengono rinchiusi immigrati senza il permesso disoggiorno, ma non solo. Ci sono persone che hanno richiesto l’asilo politico, che hanno lavoro e carte in regola macon vecchi decreti di espulsione sulle spalle, che hanno finito di scontare una pena in carcere e donne, tante donne, inmolti casi vittime della tratta. Gente che è sfuggita da guerre, persecuzioni, maltrattamenti e prostituzione. E fame.Guerre e fame che il capitalismo occidentale produce per continuare indisturbato a dominare e a razziare il mondo.Resi clandestini per la sventura di arrivare da paesi disgraziati, sotto la minaccia costante e continua di essereinternati e deportati, di venire fermati per strada, negli autobus, nei treni e trattati come bestie, di venire separatidagli affetti più cari, di finire nuovamente nelle grinfie di sfruttatori e “protettori” senza scrupoli, vivono in baliadella malvagità di chi esegue gli ordini del potere.Il meccanismo dello sfruttamento per funzionare ha bisogno di un braccio armato fatto non solo di sbirri e militari,ma anche di controllori di autobus e treni che, solerti, scovano immigrati clandestini e li consegnano nelle mani delleautorità. Necessita di un ambiente predisposto ad accogliere tutte le possibili misure di controllo, militari nelle cittàcompresi, quindi la propaganda razzista sostenuta dall’ossessione securitaria entra in campo per alimentare le paureeliminando il rischio che qualcuno solidarizzi o manifesti repulsione per metodi così spietati e disumani. È così chesi forma un esercito di schiavi circondati da una massa grigia di esseri collusi, insensibili e meschini.
Il secondo termine, espulsione, richiede a sua volta che venga predisposto un meccanismo di attuazione. Centri didetenzione per immigrati sono presenti in tutta Europa e nel 2004 è stata istituita Frontex (Agenzia europea per lagestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne) che, tra le altre, ha la funzione di «fornire agli statimembri il sostegno necessario per organizzare operazioni di rimpatrio congiunte». Non è facile nemmeno per glistati deportare, ci vogliono accordi con i paesi terzi, tanto che spesso vediamo presidente del consiglio e ministriitaliani correre smaniosi in giro per il mondo alla ricerca di accordi con Libia, Ghana ecc. Ma ora Frontex è prontaper il suo compito, ha a disposizione aerei charter noleggiati con pilota compreso per le deportazioni che rastrellanogente dai vari centri di detenzione facendo scali in diverse città europee. E si tratta di un intervento prezioso per ilsistema rimpatri anche perché sugli aerei di linea troppo spesso i comandanti hanno dovuto far scendere i deportati, ela loro scorta, a causa delle proteste loro o di altri passeggeri, scioccati nel vedere gente in manette e maltrattata.
Le condizioni nei Cie e le lotte recenti
Chiunque segua le lotte contro i Cie sa che non passa giorno senza che arrivino notizie di soprusi e maltrattamenti,che i reclusi lamentano un disinteresse totale rispetto a qualunque genere di necessità, perfino di cure mediche anchein presenza di malattie o ferite gravi. Si sa che il cibo è pessimo, scarso, condito con psicofarmaci e a volte purepieno di vermi o scarafaggi. Che gli internati non hanno alcun diritto e che per loro è praticamente impossibile uscireanche se hanno casa, lavoro, coniuge italiano e figli. Che le forme di protesta vengono spesso schiacciate dallarepressione e dai manganelli e che le pene per chi reagisce sono sempre alte. A volte arrivando persino alla morte,come nel caso di uno dei rivoltosi del Cie di Milano. Che gli operatori dei Cie e le guardie si rivolgono agliimmigrati con violenza e disprezzo. Che i ricatti sessuali contro donne e trans sono quotidiani. Che gli stupri da partedelle guardie, e di chissà chi altro, sono un rischio costante e troppe volte una realtà. Che quando le violenzevengono denunciate, come nel caso di Joy e di Preziosa, le ritorsioni sono terribili e interminabili. Che i reclusivengono spesso rispediti in paesi di cui non sanno più nulla e che in certi casi non sono neppure quelli diprovenienza. Si potrebbe continuare all’infinito con esempi di soprusi e palesi ingiustizie, di esasperazioni cheportano a pesantissime forme di autolesionismo fino ad arrivare in alcuni casi al suicidio.
Ma è anche vero che le tensioni e le ribellioni dentro tutti i centri di detenzione in Italia e in Europa intera non siplacano. La gioia per le fiamme di Vincennes o di Lampedusa non si spegne e l’esempio recente di 84 donne insciopero della fame a Yarl’s Wood in Inghilterra dà forza e speranza. Senza dimenticare l’indomabile sciopero dellafame che ormai da marzo prosegue a staffetta, con il forte sostegno dei compagni fuori, al Cie di Milano.In Italia, dall’approvazione del nuovo Pacchetto Sicurezza nel luglio 2009 con il quale è stato introdotto il reato diclandestinità e il prolungamento fino a sei mesi del periodo di detenzione nei Cie, le ondate di protesta, le lotteall’interno dei lager della democrazia e fuori non si sono mai fermate. In alcune occasioni la determinazione e larabbia dei reclusi hanno portato a coraggiose rivolte e fughe, pensiamo alle rivolte dell’estate scorsa al Cie di viaCorelli a Milano, a quella di Modena dove i reclusi hanno reso inagibili diversi padiglioni, alle continue fughe dalCie di Torino, alla rivolta e al fuoco di Ponte Galeria a Roma, a Gradisca, ai tentativi di ribellione di Bari,all’incendio recente al Cie di Bologna.
All’esterno la lotta di tanti si è espressa e continua a esprimersi in Italia, a Parigi, in Belgio, ovunque e in moltepliciforme, dai presidi, al sostegno agli scioperi della fame, alle iniziative in città per portare fuori la voce dei reclusi, atante e ripetute azioni solidali contro i responsabili e gli speculatori che si ingrassano con l’affare Cie.
I Cie esistono ancora, certamente la lotta non ha ancora raggiunto un sufficiente livello di efficacia ma c’è, dentro efuori.
I Cie di Modena e Bologna
I Cie di Modena e Bologna sono strutture dalle quali, come ci hanno fatto sapere i reclusi, «tutti sanno che non siesce»; sono carceri speciali per immigrati le cui condizioni interne sono particolarmente dure e disumanizzanti, iregolamenti applicati totalmente arbitrari e funzionali alla castrazione di ogni forma di protesta, di rivendicazione dilibertà e di comunicazione con l’esterno fin dal principio. Non si possono tenere i cellulari che vengono sequestratiall’entrata, tranquillanti vengono somministrati nel cibo a colazione, pranzo e cena, e abusi e violenze da parte diispettori di polizia, ricatti e insulti sono all’ordine del giorno. Come se non bastasse in questi centri una buonapercentuale di detenuti è persino in possesso del permesso di soggiorno. Chi viene internato nonostante sia“regolare” non è un malcapitato a caso e raro, bensì chiunque abbia avuto un decreto di espulsione anche se riferito aun periodo per il quale il reato è già stato indultato. Ma non importa «loro cliccano sui computer e se risulta qualcosache non torna ti portano dentro anche se hai un lavoro o se pensavi di dover solo completare delle pratiche diregolarizzazione». Dai Cie di Modena e di Bologna non si esce, non solo per militari, sbarre e filo spinato, ma ancheperché l’ampliamento del raggio di persone internabili e il prolungamento dei tempi di detenzione fruttanomoltissimi soldi ai gestori di queste strutture, ovvero alla Confraternita delle Misericordie presieduta da DanieleGiovanardi. Questa associazione cattolica guadagna 75 euro al giorno per ogni recluso del Cie di Modena e 72 perquello di Bologna. Sarà per questo che alcuni reclusi ci dicono che non vengono nemmeno rimpatriati, anche quandolo vorrebbero?
Il 17 aprile, dopo mesi di silenzio imposto e di ribellioni stroncate, 50 reclusi tra uomini e donne del Cie di Bolognasono entrati in sciopero della fame e, successivamente, si sono rivoltati dando fuoco a parte della struttura, causando50.000 euro di danni. Un bel regalo per chi ha scelto di fare dell’internamento degli immigrati un lucroso business!Nei giorni successivi, i giornali locali interessati solo quando la notizia è eclatante e fa vendere ma mai nellaquotidianità delle sopraffazioni patite da chi sta dentro questi infami luoghi, hanno diffuso la notizia di diversiepisodi avvenuti tra Bologna e Modena in relazione a quello che definivano «il presunto sciopero della fame»: unaquindicina di solidali sono entrati con volantini e megafono nel tribunale del giudice di pace a Bologna, il giornodopo un gruppo di persone avrebbe spaccato i vetri della mensa universitaria di Bologna rifornita dalla Concerta Spache porta i pasti anche al Cie e che circa un mese prima avrebbe subito danni a furgoni parcheggiati in una sua sederitrovati con le gomme tagliate, infine il 2 maggio un gruppo di solidali ha scelto di interrompere la messa delladomenica nel duomo di Modena per smascherare, con volantini e megafono, le responsabilità dei gestori del Ciedella città e per rompere il silenzio. Un silenzio che per quanto riguarda il Cie modello di Modena, che per lepeculiarità indicate sopra presumiamo sperimentale, è sempre stato totale. Giovanardi ha poi dato dei farneticanti achi porta in diverse forme la solidarietà agli immigrati reclusi nel suo Cie, dove secondo lui sono trattati con tutti iriguardi e le misericordiose cure necessarie.
Per continuare opportunamente a farneticare indiciamo
Un Corteo contro i Cie e contro la Misericordia che gestisce quelli di Modena e Bologna.
Un corteo che miri a far conoscere alla città le nefandezze che quotidianamente avvengono dentro questi lager.
Un corteo contro la vergogna delle deportazioni
Un corteo comunicativo che punti il dito contro i responsabili di queste strutture.
Un corteo che non deleghi la propria difesa.
Un corteo contro i Cie per noi è un corteo contro l’organizzazione sociale che li ha concepiti e realizzati, nonvogliamo bandiere di partiti o di sindacati.
Consapevoli che l’opposizione ai Cie non si esaurisce in scadenze e appuntamenti ma si alimenta giorno per giornodelle proteste e delle rivolte interne e dei contributi solidali di chi lotta al loro esterno, crediamo importante in questomomento lanciare un’iniziativa partecipata per ribadire la natura di questi centri e che i responsabili non sono entitàastratte ma collaboratori e approfittatori concretamente esistenti e contro i quali è possibile indirizzare le nostre lotte.
Coordinamento per il 19 giugno